Strade sperdute
Prendete lo scrivente. Mettetevi nei suoi panni. A un certo momento provava profonda nostalgia per la TEEM…

Prendete lo scrivente. Mettetevi nei suoi panni. A un certo momento provava profonda nostalgia per la TEEM, quell’allacciamento tra la A1 e la A4 che ti evita la tangenziale di Milano e dove raramente incontri auto, tanto che una volta inchiodasti e ti fermasti a una curva… Ma questa è un’altra storia. Torniamo allo scrivente. Provava nostalgia per la TEEM, e ora che potrebbe percorrerla, ogni settimana in entrambe le direzioni, preferisce farsi il tratto tra Cernusco sul Naviglio e Boffalora d’Adda per poi proseguire verso Lodi. Si convince di non averla mai fatta quella strada, se non forse diversi anni fa. Lo stupore lo colpisce quando nota alla sua sinistra un’enorme torre altissima, un palo sfigurato da bozzi bianchi che altro non sono che parabole e ripetitori; gli ricorda istintivamente quella, di gran lunga più limitata nelle dimensioni, che sovrastava la sua scuola, il suo quartiere, il suo piccolo mondo tra i 6 e i 10 anni. La torre SIP, ora Telecom, ora chissà cosa. Una torre di cui Google non osa dirti nulla, non ti mostra immagini; Street View la nasconde, Gemini ti indica coordinate fuorvianti. Gli occhi dello scrivente l’hanno vista e tanto basta. Tanto basta per realizzare come, per quanto pensiamo di poter avere in pochi attimi qualsiasi risposta, qualunque immagine, suono o riga realizzata ed esistente, ed inventarne di nuove all’istante, qualcosa sfugge sempre. Ancora.
Non tutto è a nostra disposizione. Prendete « Mektoub, My Love – Intermezzo » di Abdellatif Kechiche: è così frustrante sapere che lo scrivente, non essendo stato a Cannes nel 2019 – non essendo mai stato a Cannes punto – non vedrà mai quel film, non vedrà in particolare quella lunga sequenza di sesso orale praticato a Ophélie Bau che in qualche modo ha sancito la fine di Kechiche.
Che nel frattempo ha avuto un ictus nel 2025 e che ciononostante ha completato « Canto Due », uscito infine in home video e che lo scrivente ha visto pochissime settimane fa. Un montaggio finale che si trascinava da almeno tre anni e che è stato completato da un certo Alexis Goyard, dobbiamo immaginare colui che Kechiche disse a Libération di non conoscere direttamente, ma che fosse un tizio conosciuto dal suo coinquilino giocando a padel.
Nel cinema, si sa, le relazioni personali possono fare la differenza. Certo è che gli sguardi insistiti sulle curve femminili di cui era zeppo « Canto Uno » (e ipotizziamo anche « Intermezzo ») qui sono totalmente assenti; sembra un Kechiche depurato di tutto ciò che lo aveva reso “maledetto”, risulta ripulito come se il correttissimo Nolan gli avesse dato una mano di bianco; ma l’erotismo dei corpi emerge comunque, anzi, forse in maniera ancora più possente: dalle situazioni, dai non detti e dai detti, dai corpi lasciati in vestiti troppo stretti.
Il finale ci riporta a quello che per lo scrivente è ancora il capolavoro del regista franco-tunisino, « L’esquive », qui la prepotenza della polizia sembra non riuscire a vincere, almeno nell’immediato, e Amin può illudersi di poter sfuggire al proprio destino.
Torniamo al sesso orale al cinema, però. Che sia eseguito, subito, se comunque voluto e compiaciuto, e l’atto che ancora può mandare a picco una carriera, che non crea tanto “scandalo” quanto sconcerto e suscita inquisitori. Successe a Vincent Gallo con il suo « The Brown Bunny » (2003), succede con Kechiche (ma Ophélie Bau era presente alla proiezione di « Canto Due » a Locarno e sembra essersi riconciliata, almeno artisticamente, con il suo scopritore), con Warhol, che nel suo « Blow Job » (1963) limitava l’esplicito al solo titolo, per mostrare poi nei 27 minuti del film, da proiettare idealmente a 16 fotogrammi al secondo per prolungarne il godimento/agonia, il solo primo piano di un uomo a cui veniva praticata una fellatio: possiamo solo immaginarci che ciò sia davvero avvenuto, non ne abbiamo e non ne avremo mai la certezza, e già questo mette Warhol di gran lunga davanti a tutti gli altri: il mistero e la potenza della finzione cinematografica in tutta la sua enormità.
Lo scrivente passa uno svincolo, sulla sua destra compare una scultura probabilmente in ferro rappresentante una sorta di cowboy della bassa a cavallo. Warhol è ancora qui che ci parla, ogni giorno. Lo scrivente si allontana, tornerà qui e la fotograferà.