FLAN N°0 · Società

La processione

Avete notato quando il vostro cervello inizia a rallentarsi? Quando non risponde più ai comandi che il mondo continua a darvi?

Avete notato quando il vostro cervello inizia a rallentarsi? Quando non risponde più ai comandi che il mondo continua a darvi? Tecnicamente non dovrebbe succedere. La macchina dovrebbe essere perfezionata. Invece cade. Con una frequenza sempre più spaventosa.

Curioso come nella storia sia andata aumentando nella razza umana un diffuso senso d’angoscia e senso di preoccupazione collettiva. La vita è andata man mano suddividendosi, frantumandosi, in mille processi. I processi a loro volta si sono fatti sempre più complicati dando vita a dei sottoprocessi che se male gestiti provocano la fermata della macchina — la macchina, dato il contesto, sarebbe l’individuo inteso nella sua interezza.

Nell’epoca della globalizzazione, all’apice dell’era più “tech” che l’umanità abbia mai abitato, il cervello umano crolla con una frequenza spaventosa. E come prova? Guardate la curva dei grafici delle professioni: negli ultimi settant’anni c’è un’impennata costante in campo psicologico, benessere psico-fisico. Le persone non crollano meno. Semplicemente abbiamo reso redditizio il crollo.

Quanta complessità siamo dunque in grado di sostenere? Ma soprattutto, come siamo arrivati a questo?

La risposta è semplice. Siamo già oltre l’urgenza psicologica. Non si tratta più di un problema marginale — è il sistema di default. E quella che sembra un’opportunità di mercato (la crescente necessità di intervento psicologico) è in realtà solo la misura della nostra insufficienza collettiva. Le fasce più deboli ne rimangono sempre le più colpite. Ma è bene ricordare: la vita è un processo e ciascun individuo è parte di quel processo. Se crolla un pezzo, l’intero sistema progettuale richiede aggiustamenti.

Ora alla seconda domanda: “Come siamo arrivati a questo?”

L’ampliamento della rete di comunicazione — specialmente la sua velocità di sviluppo dal ’900 ad oggi — ha un ruolo cruciale nell’omologazione delle emozioni. Quelle predominanti suscitate dai mezzi di comunicazione sono sempre le stesse: angoscia, incertezza, senso di smarrimento, sfiducia nel futuro. Avere persone che non credono più nelle proprie capacità, nel proprio potere creativo, poteva sembrare inizialmente una buona mossa in un’ottica di soggiogazione. Però si sa: un buon project director deve considerare anche i rischi imprevedibili.

Ma c’è qualcosa di più oscuro in questa storia. Il sistema non solo ha prodotto la crisi psicologica — ha imparato a venderla. Ecco perché ogni psicologo serio si ritrova costretto a diventare un “influ-psychologist”. Per rimanere visibile, deve postare. Deve creare contenuti. Deve farsi algoritmo. Non per scelta, ma perché il sistema ha deciso che se non sei sui social non esisti. È una processione dove anche chi vorrebbe aiutarti deve correre al tuo passo per non scomparire. Nel frattempo, gli influ-psychologists veri — quelli che hanno trasformato l’angoscia umana in content — proliferano indisturbati, ricchi di follower e poveri di etica.

Non mi sento di puntare il dito contro qualcuno nello specifico. Piuttosto ritengo che ciascun individuo non abbia saputo gestire e fare la giusta manutenzione alla propria macchina. Non abbiamo saputo porci dei limiti davanti alla moltitudine di stimoli che ci siamo trovati davanti. Non abbiamo saputo gestire le nostre risorse, concentrandole spesso unicamente al lavoro, al guadagno, spesso togliendo spazio alle nostre comunità, all’espressione della propria creatività, alle esigenze ludiche che ci caratterizzano.

Globalmente abbiamo persino tentato di imporci sulla natura. Su questo, di nuovo, sarebbe necessario un ulteriore articolo. Dico solo di non dimenticarci che gli intrusi su questa terra siamo noi. Non siamo mai riusciti a sopravvivere alla forza della natura. E forse è ora di ricordarcelo.